Forme di allevamento
Viticoltura - Coltivazione della vite

Forme di allevamento

L'Italia è sicuramente il Paese viticolo con il maggior numero di forme di allevamento, in quanto, da regione a regione, la tradizione viticola cambia. Si possono fare numerose classificazioni delle forme di allevamento, ad esempio in base all'altezza da terra dei rami a frutto, alla direzione nello spazio (verticale, orizzontale, oblique o a tetto), alla potatura corta o lunga; esiste anche la distinzione tra forme di allevamento tradizionali (riferite alla forma che le piante assumono nello spazio in funzione o meno della presenza di strutture portanti capaci o meno di guidare la vegetazione (Marenghi, 2007)) e forme di allevamento moderne.
In generale, la viticoltura moderna opera utilizzando forme di allevamento che massimizzino la produzione in termini qualitativi e quantitativi (agendo su densità di impianto, numero di gemme per metro lineare, superficie fogliare totale e produzione per ceppo - www.acquabuona.it), limitando al minimo l'impatto negativo sull'ambiente, che diminuiscano la pressione delle ampelopatie, massimizzando le difese naturali della pianta e che abbassino i costi di gestione (cioè rendano meccanizzabili molte operazioni). Tenendo conto delle indicazioni appena descritte, pare opportuno terminare il paragrafo riprendendo le parole dell'agronomo Lamberto Tosi, disponibili all'indirizzo www.acquabuona.it: “La storia della coltivazione della vite è legata strettamente all'ambiente in cui essa è presente e sicuramente la forma di allevamento è quell'accorgimento tecnico che consente l'adattamento della pianta all'ambiente suddetto. Quello che però rimane fondamentale è che l'evolversi verso una o l'altra delle forme di allevamento non dipende solo dalla volontà dell'agricoltore ma ancora di più dal clima, dal terreno, dalla tipologia di prodotto finale, dalla tradizione locale. Nell'analisi delle forme d'allevamento tradizionali con i moderni indici di qualità (superficie fogliare, spessore della chioma, produzione per ceppo e per m, ecc.) molte volte si arriva alla conclusione che certe forme di allevamento sono squilibrate o inefficienti, che le produzioni derivanti risentono della disposizione delle foglie e non si ottiene quella qualità organolettica desiderata: questo è sicuramente vero se si scinde la forma di allevamento dal contesto in cui è nata e si è sviluppata e se si analizza soltanto l'efficienza vegeto-produttiva. La forma di allevamento è espressione della storia enologica di un territorio, di come i viticoltori abbiano modellato la vite per farle produrre al meglio in quell'ambiente secondo le loro esigenze. In questa ottica, si comprende meglio come in Trentino ed in Alto Adige siano ancora fiorenti le pergole per la schiava, o in Friuli il Casarsa per il merlot, anche se una analisi delle produzioni per ettaro farebbe inorridire molti moderni viticoltori.”.

Alcune forme di allevamento

La viticoltura italiana è caratterizzata da una notevole varietà di ambienti pedoclimatici, di vitigni, di portinnesti e di tradizioni locali che hanno contribuito alla diffusione di numerosi sistemi di allevamento e potatura. I principali sistemi di allevamento sono: Alberate, Alberello, Guyot, Capovolto o alla cappuccina, Cordone speronato, Sylvoz, Casarsa, Geneva Double Curtain (GDC), Cotina semplice, Pergola trentina, Tendone, Sistema a raggi o Bellussi. Di seguito ne verrà fatta una breve descrizione.

Alberate
Tipiche della tradizione viticola italiana, sono forme di allevamento che prevedono come tutori altre piante legnose. Il tipo di pianta che funge da tutore varia da Regione a Regione e da zona a zona e in particolare, per quello che riguarda la potatura, essa deve tener conto sia della vite che del tutore, in quanto non deve intralciare la vite nel suo sviluppo.

Alberello
Forma di allevamento a ridotta espansione, che non richiede sostegni. Adatta per quegli ambienti dove le condizioni ambientali sono particolari, cioè dove è necessario adottare una forma di allevamento molto ridotta e prossima al terreno; lo si ritrova, ad esempio, in Val D'Aosta (per le ridotte somme termiche) e in Sicilia (piovosità molto limitate) (Fregoni, 2013). La produzione, pur risultando ridotta, presenta sempre alta qualità e gradazione (Fregoni, 2013).

Esistono varie forme di allevamento denominate alberello, che si differenziano a seconda del tipo di potatura che viene effettuata (corta, cortissima, lunga, mista) (Fregoni, 2013). La forma più diffusa è l'alberello a vaso, avente un tronco di 30-40 cm, da cui si diramano 3-4 branche, ciascuna con 1-2 speroni di 2-3 gemme. I sesti d'impianto sono molto corti, da 1x2m a 1x1m: il poco spazio occupato da ogni singola pianta permette di avere densità d'impianto molto elevate, anche 10000 piante/ha. Data l'alta densità di piantagione, le cariche di gemme per ceppo sono generalmente basse (40000 - 55000) (Fregoni, 2013).

Vigneto ad alberello Vigneto allevato ad alberello (fonte: www.agenziaimpress.com)

Vigneto ad alberello Forma di allevamento ad alberello (fonte: www.antichivigneti.eu)

Guyot
Questa forma di allevamento è a ridotta espansione, adatta a condizioni ambientali in cui la vite ha uno sviluppo contenuto. Il tronco è alta circa 100cm e su questo è inserito un capo a frutto di circa 10 gemme, piegato orizzontalmente lungo la direzione del filare, e uno sperone di 1-2 gemme, che ha lo scopo di dare i rinnovi per gli anni successivi (Fregoni, 2013). Questa forma di allevamento richiede tuttavia dei sostegni, con pali alti almeno 2 m fuori terra e distanti tra loro 5-6-m e 3 fili, uno da tendersi all'altezza del capo a frutto e gli altri due al di sopra (Fregoni, 2013), in maniera che sostengano la vegetazione dell'anno. Durante la potatura di produzione vengono operati tre tipi di tagli:

  1. taglio del passato: si elimina il tralcio (ormai branca di due anni) che ha dato origine ai germogli fruttiferi;

  2. taglio del presente: si taglia a una lunghezza di 10 gemme il tralcio emesso sperone;

  3. taglio del futuro: un altro tralcio emesso dallo sperone viene speronato a 2 gemme e sarà lo sperone che fornirà i tralci per la produzione dell'anno successivo.

A seconda di alcune variabili (vigoria, combinazione vitigno-portinnesto, fertilità del terreno), i sesti d'impianto variano da 1,2-2,2m tra i filari e 0,80-1,5 sulla fila; la densità d'impianto varia dai 2800 agli 8000 ceppi/ha; la normale carica di gemme va da 50000 a 80000 gemme /ha (Fregoni, 2013).

Guyot Forma di allevamento a guyot (fonte: www.sorsasso.com)

Guyot Potatura guyot (fonte: www.studioagronomico.altervista.org)

Capovolto o alla cappuccina
Derivato dal Guyot, consiste in un tronco alto fino a 2m con 1-2 capi a frutto piegati verso il basso e 1-2 speroni per il rinnovo. Presenta un'ampia gamma di possibilità e varianti, che rendono questa forma adatta a diversi tipi di terreni (Fregoni, 2013). Necessita di sostegni: pali di altezza 3,5m fuoriterra, distanti tra loro 8m; almeno 5-6 fili, due cui si legano i capi a frutto ricurvi, gli altri più alti per sostenere la vegetazione (Fregoni, 2013).
I sesti d'impianto sono 2,5-3,5m tra i filari e 2,0-2,5m sulla fila, per una densità d'impianto di 1200-2000 piante/ha; la carica di gemme è di 80000-100000 gemme/ha (Fregoni, 2013). La potatura è identica al Guyot.

Capovolto o alla cappuccia (fonte: www.barbatella.it)

Cordone speronato orizzontale
Il cordone speronato orizzontale è costituitoda un tronco alto 60 -100cm, che si prolunga orizzontalmente lungo il filare in un cordone permanente (1-2m), sul quale sono inseriti, a una distanza di 15-30 cm) speroni con 2-4 gemme (Fregoni, 2013).
L'impalcatura è costituita da pali di 2-3m di altezza fuori terra, posti a distanza di 8-10m l'uno dall'altro, che sorreggono 3 fili, uno all'altezza del cordone permanente (1,2 m) e gli altri due più alti per sostenere la vegetazione (Fregoni, 2013).
Il sesto d'impianto varia dai 2-3m tra le file a 1,5-2m sulla fila; la densità d'impianto varia dai 1600 ai 5000 ceppi/ha, con cariche di gemme pari a 20-30 gemme/ceppo e 60000-80000 gemme/ha.

Cordone speronato Cordone speronato (fonte: www.studioagronomico.altervista.com)

Sylvoz
La forma di allevamento a sylvoz necessita delle condizioni ambientali dell'Italia centro-settentrionale: il fusto, alto 1,5-2m si prolunga in un cordone orizzontale (2-3m), sul quale sono presenti capi a frutto potati lunghi (50-100cm) e curvati verso il basso; i tralci sono rinnovati annualmente, utilizzando un tralcio formatosi da un breve sperone che viene curvato (Fregoni, 2013).
I sesti d'impianto sono di 3-4m tra i filari e 2-3m sulla fila, con densità d'impianto di 850-1600 viti/ha; la carica di gemme è di 80-100 gemme/ceppo, con 80000-150000 gemme/ha (Fregoni, 2013).
Anche questa forma di allevamento necessita di sostegni: i pali devono essere alti 2,5-3m fuori terra e distanti 5-6m tra di loro; su di essi vengono svolti 5-6 fili: il tralcio più basso (60-80cm) serve a legare i tralci fruttiferi; il secondo (1,5m circa) serve a sostenere il cordone; gli altri, più alti sostengono la vegetazione (Fregoni, 2013).

Sylvoz Sylvoz (fonte: www.ducabruzzi.it)

Casarsa
Questa forma di allevamento deriva dal Sylvoz e presenta numerosi vantaggi: elevata adattabilità, ridotto fabbisogno di manodopera, facile meccanizzazione e possibilità di essere ottenuto anche su vigneti già in produzione (Fregoni, 2013).
Il fusto è alto 1,60-1,70m e viene piegato orizzontalmente lungo il filare a formare un cordone orizzontale, sostenuto da un filo; sopra di questo, corrono due palchi di fili, accoppiati e paralleli, legati lateralmente al palo o portati da un bracciolo di 25-30cm. Siccome non è prevista la legatura dei capi a frutto, questi si piegheranno verso il basso con la vegetazione, mentre la vegetazione di rinnovo, nata dalle gemme sugli speroni o da gemme basali alla base dei capi a frutto, si attacca ai palchi di fili più alti: in questo modo si crea una netta distinzione tra zona produttiva (parte bassa del cordone) e zona di rinnovo (parte alta del cordone) (Fregoni, 2013).
I sesti d'impianto variano molto, a seconda del tipo di Casarsa che si vuole effettuare; in particolare, le densità variano dai numeri citati nel Sylvoz fino a 2400-3500 piante/ha in impianti più fitti; varia, in questo senso, anche la carica di gemme (Fregoni, 2013).

Casarsa Casarsa (fonte: www.sanmatteo.com)

Geneva Double Curtain (GDC)
Il G.D.C. è un sistema di allevamento ad alta meccanizzazione, nato negli Stati Uniti negli anni '60. E' un sistema a doppia cortina (Fregoni, 2013), dato che la vegetazione forma due pareti verticali, che ricadono negli interfilari adiacenti. Lo sdoppiamento della parete irradiata permette una maggiore resa fotosintetica della pianta, permettendo di annullare gli svantaggi derivati dall'altezza del fusto (Fregoni, 2013).
L'impalcatura del G.D.C. è particolare e consta di pali, con altezza fuori terra di 2-2,2 m, distanti fra loro 3,5-6m; su questi sono fissati, ad un altezza di 1,80m, due braccioli, all'estremità dei quali vengono fatti scorrere due fili di grosso diametro (Fregoni, 2013): la vite viene allevata in verticale, fatta scorrere lungo i braccioli e quindi legata ai fili esterni, dove si formeranno i due cordoni permanenti.
L'ampiezza dei sesti d'impianto sono di 3,80-4,20m tra le file (in modo da avere una larghezza di passaggio per le macchine di 2,40,2,60m),mentre sulla fila sono di 1-1,5m: il G.D.C. è una forma di allevamento che si può considerare nanizzante, in cui la ripartizione percentuale di sostanze elaborate è nettamente a favore dei grappoli (Fregoni, 2013). La densità di piante arriva a 2000 piante/ha, ma in terreni collinari è possibile adottare la soluzione di piante binate, arrivando ad avere densità di 4000-5000 piante/ha (Fregoni, 2013); la quantità di gemme/ceppo, ovviamente, dipenderà dal tipo di soluzione impiantistica adottata, dalla vigoria delle piante, ecc. (generalmente non supera le 25-30 gemme/ceppo (Fregoni, 2013)). La potatura di produzione consiste nell'eliminare i tralci che hanno prodotto con tralci dell'annata, che provengoo o da speroni o dalla base dei capi a frutto.
Questa forma di allevamento porta la zona produttiva dei grappoli fuori dalla linea dei pali e consente un facile accesso alle macchine vendemmiatrici a scuotimento verticale (Fregoni, 2013); le operazioni di potatura verde sono rese molto agevoli per lo stesso motivo, e consistono in un taglio laterale e in un raccorciamento della parte inferiore della parete vegetale (Fregoni, 2013). La potatura invernale, infine, prevede un passaggio a macchina seguita da interventi di rifinitura manuale.

GDC GDC (fonte: www.studioagronomico.altervista.com)

Cortina Semplice
La cortina semplice, che deriva dal G.D.C. (Fregoni, 2013), prevede un cordone permanente orizzontale, posto a 1,70-1,80m, sostenuto da un unico filo portante (assicurato ai pali) e senza sostegni per le vegetazione: si viene a formare una cortina semplice, che procombe verso il basso per il peso dei grappoli (Fregoni, 2013). Il cordone presenta, dopo la potatura di produzione, speroni di 2-4 gemme, posti lateralmente rispetto ad esso e rivolti verso l'alto.
I sesti d'impianto sono di 2m tra i filari (dislocazione della fascia produttiva nella parte alta della pianta e scarso sviluppo verticale impediscono un ombreggiamento eccessivo (Fregoni, 2013)) e di 1-2m sulla fila.
Questa forma di allevamento è completamente meccanizzabile, sia per quello che riguarda la vendemmia, si per quello che riguarda la potatura (verde e invernale).

Cortina Cortina semplice (fonte: www.pastorellispa.com)

Pergola trentina
Questa forma di allevamento che si adatta alle condizioni ambientali del Trentino e dell'Alto-Adige (protezione dal forte irraggiamento estivo e dal vento (Fregoni, 2013)), necessita di un'opportuna palificazione: pali di testata (detti colonne) e rompitratta (detti pali di calcagno) posti a 6-8m l'uno dall'altro e alti 2,40-2,80m; a 1,30-1,70m di altezza, su ciascun palo si fissa un palo obliquo (detto listello), che si innesta sulla testa del palo rompitratta vicino (Fregoni, 2013). Sui pali obliqui sono tesi vari fili di ferro paralleli a formare il tetto della pergola.
Le viti hanno sesti d'impianto di 0,60-1m sulla fila e le distanze tra i filari variano da 3-4m nelle pergole semplici a 6-8m nelle pergole doppie; ciascuna vite porta 2-4 capi a frutto, appoggiati a raggiera sul tetto della pergola e potati a guyot.

Pergola trentina Pergola trentina (fonte: www.la-vis.com)

Tendone
Sistema di allevamento utilizzato in Italia solo nelle Regioni Meridionali, soprattutto per la produzione di uva da tavola. Le viti sono alte circa 2m e da ciascuna di esse dipartono, in posizione orizzontale, 3-5 capi a frutto, che poggiano su un'impalcatura di pali e fili di ferro con maglie di 50cm: in questo modo è possibile avere una copertura continua su tutto il terreno (Fregoni, 2013).
I sesti d'impianto variano molto, a seconda della vigoria e delle condizioni ambientali: 4x4m (625 piante/ha) con terreno fresco e vitigno vigoroso, 3x3m (1111 piante/ha) in terreni di media fertilità e asciutti, in clima caldo e arido (Fregoni, 2013).

Tendone Tendone (fonte: www.ducabruzzi.it)

Tendone Viti allevate a tendone (fonte: www.agronotizie.imagelinenetwork.com)

Sistema a raggi o Bellussi
Forma di allevamento che prevede 4 viti molto alte (la punta dei cordoni può arrivare a 4 metri) sostenute da un palo, ciascuna delle quali da origine a un cordone permanente inclinato verso l'interfilare, cosicchè il vigneto appare, visto dall'alto, come una raggera (Fregoni, 2013). I sesti d'impianto sono di 8-10m tra le file e 4-6m sulla fila, con densità di piante bassa (1000 piante/ha). La potatura di allevamento e di produzione sono analoghe a quelle usate per il Sylvoz (Fregoni, 2013).

Bellussi Sistema a raggi o Bellussi (fonte: www.primobicchiere.wordpress.com)

Bibliografia
- Fregoni M., Viticoltura di qualità, 2013, pp. 612-638, Tecniche Nuove

Scheda a cura di Enrico Ruzzene >>>


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