Parco Naturale delle Dolomiti Friulane - Friuli-Venezia Giulia
Atlante dei Parchi e delle aree protette in Italia

Tipologia di area protetta - Dove si trova

Tipologia: Parco Naturale Regionale; istituito con L.R. 30 settembre 1996, n. 42.
Regione: Friuli-Venezia Giulia
Province: Pordenone, Udine

Il Parco Naturale delle Dolomiti Friulane interessa un'area di 36.950 ettari nell'omonimo massiccio montuoso delle Alpi orientali, nelle province di Pordenone e Udine.

Dolomiti Friulane Monte Duranno - Parco Naturale delle Dolomiti Friulane (foto www.parcodolomitifriulane.it)

Descrizione

Le Dolomiti Friulane sono un selvaggio e ancora poco conosciuto gruppo montuoso posto nel Friuli occidentale tra la Valcellina e la Valle del Tagliamento a nord. La natura ha lavorato sulla roccia contrapponedo a piramidi di terra i depositi di antichi ghiacciai, a piloni di roccia stratificata le più svariate forme carsiche. Uno dei punti più panoramici e suggestivi delle Dolomiti Friulane è il Campanile di Val Montanaia, costituito da una guglia alta 300 m e con una base di 60 m che si slancia isolata al centro della valle. Le vette più elevate sono il Monte Duranno (2.652 m), il Monte Pramaggiore (2.479 m) e il Monte Cornaget (2.323 m).
La vegetazione è ricca e annovera molte specie glaciali relitte. La relativa vicinanza del mare, l'abbondanza di piogge e l'orientamento delle montagne determina l'innalzamento delle fasce vegetazionali. Fino a mille metri dominano i boschi termofili, cui seguono i bochi misti di abete rosso, faggio e abete bianco. Al di sopra iniziano a prevalere i lariceti e i mugheti.
Grazie all'elevato grado di "wilderness" dovuto alla ridotta antropizzazione e alla difficoltà di accesso, le Dolomiti Friulane dispongono di un ricco patrimonio faunistico. Tra le tante specie, ricordiamo il capriolo, il camoscio, lo stambecco, il gallo forcello, il gallocedrone, la pernice bianca, il falco pecchiaiolo, il picchio nero, la civetta capogrosso, l'aquila reale.
Di particolare importanza paleontologica il ritrovamento (nel 1994) nella zona di Casera Casavento di impronte fossili di un dinosauro teropode, impresse sulla Dolomia Principale depositatasi nel Triassico superiore.

La tragedia del Vajont

Anche la vallata di Longarone con il lago del Vajont si trova all'interno del Parco, al confine con il Veneto. La sera del 9 ottobre 1963 una gigantesca frana precipitò nel bacino artificiale (colmo per poco più di un terzo): la forza d'urto della massa franata creò due ondate, una verso monte, che spazzò i paesi sulle rive del lago, e l'altra verso valle, che investì la diga. Quest'ultima resistette all'inaudita forza della frana e dell'onda, che scavalcò lo sbarramento, s'incanalò nello stretto canyon del Vajont, uscì dalla gola con un fronte d'acqua di 70 metri e si abbattè su Longarone e sui villaggi vicini, travolgendoli. Le vittime del disastro, che si compì in pochi minuti, furono 2018.
La frana del Vajont fu l'epilogo di una complessa vicenda geologica in cui si inserì l'azione dell'uomo: un intreccio nel quale si possono rinvenire le cause del drammatico evento. Lo scenario della tragedia 165 milioni di anni fa era parte di una scarpata sottomarina che fungeva da collegamento tra una zona di mare basso e una di mare profondo. Frequenti fenomeni franosi incidevano tale scarpata, trasportando verso il basso materiali accumulatisi nella parte meno profonda e favorendo la formazione di rocce calcaree omogenee. In seguito, quando gli eventi franosi erano più rari e di modesta entità, i depositi si organizzarono in sottili strati di calcare, alternati a livelli di argilla e fango. Questa successione è un potenziale elemento di instabilità di un rilievo; la frana del Monte Toc, in effetti, non ha coinvolto il basamento di rocce calcaree omogenee, la solo la disomogenea alternanza di calcari e argille. Queste ultime, inoltre, hanno agito durante il moto della frana come materiali lubrificanti, agevolando lo scivolamento. A partire da 30 milioni di anni fa i depositi e lo strato roccioso sottostante vennero fratturati e sollevati nel contesto della formazione della catena alpina, assumendo una notevole inclinazione (altra causa di instabilità del rilievo) e andando a costituire le pendici del Monte Toc. Nel corso degli ultimi 2 milioni di anni l'azione degli agenti atmosferici e i fenomeni franosi hanno variamente modellato i versanti dando alla valle del Vajont l'aspetto che aveva prima del disastro. A cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, poco a monte della confluenza col Piave, il Vajont fu sbarrato da una diga, che doveva far parte di una rete di invasi e condotte per sfruttare le acque del bacino imbrifero del Piave a fini idroelettrici. In questa rete il lago del Vajont avrebbe dovuto avere un ruolo chiave e, in relazione a ciò, la diga fu ripensata in sede di progetto e ingrandita fino all'altezza di 264,6 metri, per un invaso totale di 168 milioni di metri cubi. Nel 1959, quando venne completata, era la più grande del mondo nel suo genere e la seconda in assoluto. Nel 1960 iniziò il collaudo, ma il riempimento del bacino mise in luce una ceta instabilità delle sponde, soprattutto quella di sinistra, da cui il 4 novembre 1960 si staccò una piccola frana che scivolò nel lago. Tecnici ed esperti ipotizzarono nuovi distacchi: secondo una tesi si prevedevano franamenti successivi di modeste dimensioni; secondo un'altra un unico grande scivolamento. Quello che nessuno si aspettava fu la rapidità e la violenza con cui il fenomeno ebbe luogo. L'impianto del Vajont non entrò mai ufficialmente in funzione. La zona del disastro non è mai stata oggetto di interventi di ripristino.
Al Centro visite di Erto e Casso è allestita una mostra che documenta la catastrofe.

Monfalconi Monfalconi - Parco Naturale delle Dolomiti Friulane (foto www.parcodolomitifriulane.it)

Informazioni per la visita

Come si arriva:
Valcellina
: i centri di Andreis, Barcis, Cimolais, Claut, Erto e Casso e Montereale Valcellina sono raggiungibili dalle autostrade:
- A 28 VENEZIA–PORDENONE, uscita Pordenone, seguendo poi le indicazioni della SS 251 per Maniago, Montereale Valcellina e Valcellina;
- A27 VENEZIA–BELLUNO, uscita Cadore-Dolomiti, seguendo poi le indicazioni della SS 51 per Cortina fino a Longarone, e quindi della SS 251 per la Valcellina.
Val Tagliamento: i centri di Forni di Sopra e Forni di Sotto sono raggiungibili dall’autostrada:
- A23 UDINE–TARVISIO, uscita Carnia-Tolmezzo, seguendo pio le indicazioni della SS 52 per Passo Mauria;
- A27 VENEZIA–BELLUNO, uscita Cadore-Dolomiti, seguendo poi le indicazioni della SS 51 per Cortina fino a Tai di Cadore, seguendo poi le indicazioni per Auronzo della SS 51/b. Poi si prosegue seguendo le indicazioni della SS 52 per Passo Mauria.
Val Tramontina e Val Colvera: i centri di Frisanco e Tramonti di Sopra sono raggiungibili dall’autostrada:
- A28 VENEZIA–PORDENONE, uscita Pordenone, seguendo poi le indicazioni della SS 251 per Maniago. Da Maniago si prosegue per Frisanco seguendo le indicazioni della SP 26 della Val Colvera, per Tramonti di Sopra seguendo le indicazioni della SS 552.

Gestione:

Ente Parco Naturale Dolomiti Friulane
Via V. Emanuele II, 27
33080 Cimolais (PN)
Sito web: www.parcodolomitifriulane.it

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