Seconda Tappa - Localita' Metato
Percorso Metato - Foresta di Vallombrosa

Gli alberi della Foresta di Vallombrosa

Castagno (Castanea sativa)Albero alto fino 30/35 m. Corteccia dapprima liscia e bruno-rossastra, quindi bruna e scanalata. Foglie a forma allungata, con il bordo dentellato, verde scuro e lucide superiormente, opache nella pagina inferiore. Fiori riuniti in gruppi e protetti da un involucro che dopo la fecondazione da origine al riccio. Esso racchiude i frutti: le castagne. Nella tradizione popolare il castagno è simbolo di previdenza, legato al fatto che per molte popolazioni europee la farina di castagne aveva sostituito quella di frumento nei periodi di carestia. I Romani conoscevano già le caldarroste e con la farina di castagne preparavano una sorta di pane, legato al culto della Madre Terra. Castagno
Nocciolo (Corylus avellana)
Arbusto con chioma piuttosto irregolare, fusto sottile e slanciato. Le foglie sono quasi tondeggianti, doppiamente dentate lungo i margini. Fin dal secolo scorso era considerato, in Germania, un simbolo di fecondità, tanto che si offrivano nocciole alle spose novelle. Albero di buon augurio, quindi, anche albero benedetto: era credenza popolare che non venisse mai colpito dai fulmini per grazia della Madonna. Veniva anche usato per le bacchette del rabdomante.
Nocciolo
Acero di monte (Acer pseudoplatanus)
Albero che può raggiungere altezze considerevoli (fino a 30m). Corteccia di color grigio-brunastro più o meno scuro, solcata longitudinalmente. Foglie caduche, con lamina palmato-lobata e margine seghettato, di color verde scuro sulla pagina superiore, verde grigiastro in quella inferiore. Gemme di color verde con bordo bruno. Fiori riuniti in infiorescenze a grappolo pendulo. Frutti caratterizzati da due protuberanze a forma di ala per essere trasportati dal vento.
Acero di monte
Cerro (Quercus cerris)
Albero alto fino a 30-35 m, con chioma densa e allungata e tronco diritto. Le foglie sono resistenti, di colore verde cupo, lucido, con lamina ruvida superiormente, più chiare e pelose inferiormente; hanno forma allungata e ristretta. Le ghiande sono protette da un piccolo riccio ispido. Il suo legno, molto duro, pesante, compatto e soggetto a incurvarsi. Le ghiande sono molto amare e quindi poco appetite dal bestiame.
Cerro
Olmo montano (Ulmus glabra)
Albero che non supera generalmente i 25 m. Tronco eretto, molto ramoso e chioma ampia. Foglie grandi, con pagina superiore ruvida e pagina inferiore pelosa e chiara, la base è asimmetrica e l’apice di quelle più vigorose si presenta a tre punte. Esse vengono utilizzate per l’alimentazione del bestiame. Un tempo il contenuto delle galle (piccole escrescenze tondeggianti prodotte sulle foglie dalla puntura di un insetto) passava per un eccellente cosmetico, mentre nel Rinascimento lo si consigliava per curare le ernie dei bambini.
Olmo montano
Sambuco (Sambucus nigra)
Non supera generalmente i 6-7 m di altezza ed ha portamento arbustivo. Corteccia grigio-brunastra con fessurazioni. Foglie caduche, con margine dentato, di color verde scuro e prive di peli nella pagina superiore, più chiare e leggermente ricoperte di peluria in quella inferiore. Fiori molto piccoli, di colore bianco, riuniti in infiorescenze. Frutti costituiti da una drupa nera e lucida; quelli verdi sono velenosi, mentre quelli maturi (neri) possono essere utilizzati per produrre marmellate.
Sambuco
Pino nero (Pinus nigra)
Alto fino a 40 m, con chioma piramidale. Tronco breve e contorto con corteccia scura. Pigne di forma appuntita. Albero robusto capace di sopportare freddi intensi e forti escursioni termiche.
Pino nero
Pino silvestre (Pinus sylvestris)
Tronco slanciato, alto fino a 40 m, la parte superiore ha una colorazione arancio-vivo; chioma piramidale e rada. Foglie pungenti e dentellate ai margini. Pigne ovoidali, allungate e rivolte verso il basso. Dalle gemme si estrae un olio essenziale usato nella cura delle affezioni respiratorie. Dalle giovani pigne, raccolte in primavera e fermentate in grappa e zucchero, si ricava un ottimo liquore.
Pino silvestre
Agrifoglio (Ilex aquifolium)
Albero che può raggiungere altezze fino a 20 m. Corteccia verde grigiastra che tende ad imbrunirsi con l’età. Foglie sempreverdi; quelle dei rami alti e dei rami recanti i fiori sono prive di spine, mentre quelle dei rami bassi e dei ricacci sono spinose. Questo avviene per difendersi dal morso degli animali. Esse sono di color verde scuro sulla pagina superiore, chiaro su quella inferiore. L’inserzione è alterna. Le piante sono a sessi separati, femminili e maschili. I petali dei fiori maschili sono bianchi con margine rossastro, quelli dei fiori femminili sono completamente bianchi. Il frutto è una piccola drupa rosso-scarlatta, solo sulle piante femminili.
Agrifoglio

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Il Castagno: un albero, una civiltà

L’autunno è per il bosco la stagione dei colori intensi, delle migrazioni, delle piogge, ma è soprattutto la stagione del castagno. Quando ad ottobre i frutti erano maturi, un tempo, le persone andavano nei castagneti e, aiutandosi con una lunga pertica, battevano le castagne per farle cadere. Con dei rastrelli di legno raccoglievano i ricci ancora chiusi e li riunivano nelle ricciaie per conservarli meglio; poi li aprivano separando la castagna dall’involucro spinoso. I frutti venivano poi portati nei metati per essere essiccati ed il trasporto avveniva utilizzando i muli. Le castagne seccate erano poi sgusciate con degli appositi zoccoli dalla cui suola spuntavano lunghi chiodi appuntiti che penetravano nei mucchi di frutti producendo un secco rumore.

Famiglia in un Metato
Famiglia in un Metato

I mulini in quel periodo lavoravano giorno e notte perché le castagne da macinare erano veramente tante. La farina dolce veniva imballata e conservata con cura in luoghi asciutti e ben chiusi per evitare che si “intignolasse”, cioè che fosse attaccata da larve di piccoli insetti.
Si mangiava polenta di castagne a colazione, a pranzo e a cena e, solo nelle occasioni importanti, se ne facevano dolci come il castagnaccio, i "necci" (crepes di farina dolce) o le frittelle (sommommoli). Il castagno serviva anche per tante altre cose: gli attrezzi utilizzati nei lavori di campagna, le travi delle case, i solai, le porte, le finestre, i tavoli, le sedie, tutto era costruito con legno di castagno. In alcune zone, alla nascita di un bambino, c’era l’usanza di innestare alcuni castagni con varietà di rapida crescita per poi ricavarne il mobilio al momento del matrimonio. Perfino le foglie venivano utilizzate: si raccoglievano in mazzetti e servivano per integrare l’alimentazione degli animali domestici durante il periodo invernale. Sempre con le foglie si facevano le imbottiture dei sacconi che servivano da materassi. Foglie e ricci erano riuniti in mucchi e, dopo essere stati ricoperti da terra, erano bruciati lentamente. Dopo un po’ di tempo terra e cenere venivano mescolati e sparsi come concime nei campi prima della semina dell’orzo, del grano o del miglio.
Purtroppo dopo la seconda guerra mondiale arrivò il cancro del castagno e per la nostra economia povera e chiusa fu un duro colpo. Chi non se n'era già andato, fu costretto a scendere a valle in quell'occasione. Nel giro di pochi anni i poderi più disagiati furono abbandonati ed i castagneti, devastati dalla malattia, tagliati per fare legna da ardere. Così è svanito quel mondo duro, difficile ma anche affascinante, che potremmo chiamare "la civiltà del castagno". Il cancro del castagno colpisce la parte legnosa della pianta determinando la formazione di tipici cancri. Si trasmette da una parte all’altra della pianta con notevole velocità, causandone rapidamente la morte. L’agente patogeno è un fungo, l’Endothia parasitica, originario della Cina e del Giappone, importato casualmente negli Stati Uniti attraverso piantine di castagno infette. In America l’infezione ha portato alla scomparsa della specie indigena di castagno, la Castanea dentata.

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